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04 novembre 2008

SCUOLA E LAVORO, BINOMIO INSCINDIBILE


Chiedete a un italiano medio cosa sa della formazione e vedrete che, nel 90% dei casi, risponderà snocciolando senza esitazioni quella ... della sua squadra di calcio preferita! A tanto, in effetti, ammonta il danno incalcolabile che, alla fine degli Anni Sessanta, commise la classe politica nazionale retrocedendo, di fatto, gl’istituti professionali a scuole di serie B rispetto ai licei.

Da allora il legislatore ha commesso un errore imperdonabile: ha ampliato il solco fra istruzione secondaria e mondo del lavoro. Un errore, anzi una tragedia è alla base di tutti i mali che la società italiana sta attraversando: produrre beni e manufatti, riparare oggetti, insomma FARE QUALCOSA divenne, nell'immaginario collettivo, un'attività secondaria rispetto allo status symbol per eccellenza, cioè ESSERE QUALCUNO.
Svolgere una professione o conseguire il diritto a occupare un posto fisso nell'amministrazione statale o nel parastato: di qui non si scappa, chi rifiuta questa opzione dev'essere matto o ... evasore fiscale! La scelta culturale del "lavorare meno, lavorare tutti" ha indotto un po' per volta a ghettizzare sia chi si ostinava a voler produrre beni e manufatti sia chi glielo voleva insegnare: al massimo vengono tollerati i fornitori di servizi, gente che almeno non sporca, non inquina, non usa la sua manualità per guadagnare.

Politici, sindacalisti e ideologi del politically correct hanno progressivamente svuotato gl'istituti professionali squalificandone, innanzitutto, il personale docente. Questi istituti secondari distribuivano benessere nelle famiglie degl’italiani. In che modo? Ma attraverso la nascita delle piccole e medie aziende a lungo protagoniste negli anni del boom economico.
Che straordinari personaggi erano i professori di quelle mitiche scuole! Chi erano? Educatori di un certo spessore, fino a un certo momento furono ritenuti all’altezza dei loro colleghi dei licei classici e scientifici quanto a preparazione e a bagaglio culturale. Erano insegnanti che non si vergognavano di spezzare il pane delle loro conoscenze con allievi spesso di umili origini ma fieri d’imparare un lavoro che li avrebbe affrancati definitivamente dalla miseria.
Ma chi insegna ad amare il lavoro, frutto del proprio genio o delle proprie mani, nell'Italia culla del posto fisso e del fancazzismo ammantato di ammorbanti litanie marxiane, è stato indotto con le buone o con le cattive maniere ad occuparsi d'altro. Intanto i loro allievi, una volta assunti in qualche officina oppure sostenuti dai genitori ad aprire attività per conto proprio, avrebbero trovato utile anche aggiornarsi professionalmente.
Invece di confrontarsi con interlocutori privilegiati quali sono i formatori professionali in altre nazioni europee, i governanti, i sindacalisti e gl’intellettuali che hanno sfasciato la scuola italiana li misero in contatto con faccendieri a caccia di finanziamenti pubblici. La formazione professionale, per lo più, è questa qua!

In una nazione dove ci si vergogna di avere le fabbriche perché creatrici dell’immondo profitto ecco che si è soffocata sul nascere la missione più importante della formazione professionale: valorizzare un mestiere dalla a alla zeta insegnandolo ai dipendenti o ai futuri soci di chi ci aveva investito i suoi risparmi col sudore della fronte.

Operaio, artigiano, creatore di manufatti vecchi o innovativi, dipendente o in proprio: queste figure professionali sono lontane anni luce dalle aule scolastiche perché considerate illegittime da chi ha rovinato il sistema scolastico della penisola. Non pensano, costoro, che l’ostinato rifiuto di dare prestigio agl’istituti professionali ha finito per creare una disoccupazione giovanile anticamera di un malessere sociale difficile da abbattere.

Due generazioni d’italiani, ormai, non prendono minimamente in considerazione le quasi 70mila offerte di lavoro che la Confartigianato quotidianamente immette on line sul proprio sito.
Il percorso scolastico "scuola elementare + scuola media inferiore + liceo classico o scientifico + università" è infatti percepito come una conquista sociale delle classi meno abbienti sui ricchi capitalisti o sui borghesi, un tempo unici depositari del Sapere che avrebbe spalancato loro le porte alle ben più qualificate professioni.

A ridersela, oggi che l’economia vive una fase di recessione acuta, sono rimasti solo quei rettori universitari che incassano allegramente le rette annuali per corsi di laurea inutili se non addirittura dannosi per i ragazzi e per le loro sciagurate famiglie che dovranno mantenerli per chissà quanti anni ancora!
Fino a quando, ministro Gelmini, scuola e lavoro continueranno a correre su binari paralleli non incontrandosi mai nelle nostre aule scolastiche?

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