03 luglio 2009

LA PIAZZA DI QUEL MAESTRO


Vigevano, Lombardia, Italia: qui il maestro Mombelli, protagonista del celebre romanzo di Lucio Mastronardi, visse il suo dramma esistenziale camminando in lungo e in largo fra una lezione alla sua scuola e una scappata al "fabbrichino" di moglie e cognato. Al grande bar che si vede nella foto Mombelligiocava tranquillamente a scopa col suo amico giornalista sportivo, quello che scriveva di calcio con l'unico scopo di denigrare l'allenatore della squadra di casa per le sue formazioni sbagliate. Erano i primi Anni Sessanta, pieno boom economico: eppure nulla sembra cambiato da allora!

29 giugno 2009

TORINO: DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA



Un giorno dopo l'altro Torino cambia pelle. Da metropoli sonnacchiosa incapace di reagire al grigio conformismo imposto dall'alto a città oggi piena di continue sorprese. Alcune sono positive, come l'essere diventata un polo turistico di prima qualità (Museo Egizio, Museo del Cinema e Reggia di Venaria Reale le tre grandi attrattive) e la modernizzazione dei trasporti, grazie alla realizzazione di alcune linee della metropolitana.
Altre, invece, sono preoccupanti. Mi riferisco ad esempio al degrado di alcuni quartieri un tempo dignitosamente poveri, ma per lo meno ricchi di quella cultura identitaria che ne facevano delle arterie pulsanti nella vita cittadina. Borgo San Paolo, un tempo quartiere operaio sede di affollatissimi e ben forniti mercati rionali, è oggi una cloaca a cielo aperto dove la sporcizia e la trascuratezza dei suoi residenti va a nozze con le gravi omissioni in materia di controllo della vita quotidiana da parte dei vigili urbani e delle forze dell'ordine. Discariche a cielo aperto fianco a fianco ai cassonetti della raccolta differenziata, parcheggi selvaggi, ciclisti che invadono i marciapiedi in contromano minacciando l'incolumità dei passanti, furti, aggressioni, microcriminalità e rapine sono in costante aumento. Questo e altro succede a due passi dal nuovo megagrattacielo che dovrebbe diventare sede della Regione Piemonte. Cosa ancor più grave, la gente ha paura a denunciare qualsiasi irregolarità sotto casa per via delle possibili intimidazioni di vecchie e nuove bande di taglieggiatori, spacciatori, truffatori.
Gli stessi malanni li soffre Barriera di Milano dove, sorpassata la linea gotica del famoso mercato di Porta Palazzo, al comune osservatore si presenta qualcosa di peggiore: lo spettacolo avvilente di un'imprenditoria agguerrita e inosservante delle leggi come quella cinese. Qui infatti Chinatown ha messo stabilmente le tende aprendo i suoi illegali empori commerciali. Qui la truffa del made in Italy contraffatto neanche troppo bene dalla manovalanza dei minori sfruttati raggiunge il suo apice. Qui centinaia se non migliaia di poveri magrebini e nigeriani vengono utilizzati come venditori abusivi in giro per la città, la provincia, persino per la regione: il sistema è sempre lo stesso, far comprare loro stock di merci contraffatte di stagione in stagione, legandoseli per sempre grazie a prestiti concessi a tassi d'usura apocalittici. A cielo aperto, senza che nè le circoscrizioni, nè il municipio e, di conseguenza, nemmeno i tutori dell'ordine svolgano i più elementari controlli. Barriera di Milano è periferia di Prato o di Civitanova Marche? Eh sì, amici, ma cosa volete che importi scoprirlo agli amministratori di Torino? Loro badano al sodo: a lustrarsi le coscienze vendendo l'immagine bella della loro e nostra città, nascondendo sotto un tappeto soffocante di perbenismo, ipocrisia, pattume ideologico le magagne di due quartieri in pericoloso degrado!

23 giugno 2009

UN PUGNO ALLO STOMACO CHE FA TANTO BENE


La vita agra: mai titolo riassume così bene il contenuto di un romanzo! Luciano Bianciardi, intellettuale grossetano emigrato a Milano per rabbia e per amore, descrive nel lontano 1961 con sapiente maestria e con una prosa davvero originale i guasti del boom economico appena iniziato. I lavoratori, compreso l'io narrante, anarchico impenitente ma in pace con la sua coscienza, sono minuscoli granelli di sabbia calpestati giorno per giorno da quei pochi privilegiati che li sfruttano. Sullo sfondo le periferie nebbiose, il perbenismo e quella cappa di conformismo che costrinse l'autore io narrante, una moglie e una figlia lasciate in Toscana, la donna della sua vita mai sposata fra lo scandalo dei conoscenti, a vivere di sotterfugi. Bianciardi un comunista? Forse lo fu, ma quanta amara verità nel ritratto del nuovo capocellula, uno spassoso estetista per cagnolini di ricche borghesi, in un quartiere milanese a la pàge (Brera). Si ride amaramente ma, quel che più conta, ci si interroga sul misterioso silenzio che oggi avvolge Bianciardi e questo suo capolavoro. Possibile che la sua profetica denuncia della futura Milano da bere interessi oggi a così poche persone?

06 giugno 2009

MILAN: LE MALEFATTE DI ZIO FESTER



Quanto costa, secondo voi, essere il club più titolato al mondo? Facciamo un esempio concreto. Mathieu Flamini è un ottimo centrocampista, ma non un campione assoluto. A lungo è stata una colonna dello splendido Arsenal di Arsène Wenger e, arrivato a scadenza naturale del suo contratto, ha improvvisamente scelto di andare al Milan a parametro zero. Cosa significa? Significa che Flamini non ha fatto percepire nemmeno una sterlina alla società e al manager (in Inghilterra sono loro a tenere i cordoni della borsa, oltre che a fare la formazione) che lo aveva valorizzato. Ebbene il Milan, pur di assicurarsene le prestazioni, gli ha garantito un assurdo contratto quadriennale a 4,5 milioni netti a stagione.
Questo è solo un esempio di quanto Adriano Galliani, lo stralunato Zio Fester che per conto e in nome di Silvio Berlusconi detta legge a Milanello e in Via Turati dal 1986, si intende di calcio giocato e, soprattutto, di amministrazione contabile.
Garantendo infatti a un buon giocatore come Flamini così tanti soldi, mi dite quanto dovrebbero guadagnare, una volta che se ne andasse via il migliore di tutti, cioé Kakà, un altro campione vero? Sei, sette milioni l'anno?
Mathieu Flamini è a libro paga del Milan solo dall'autunno 2008. Ci sono anche da contare gl'ingaggi dei vari Dida, Seedorf, Favalli, Kaladze, Kalac: ultratrentenni senza più mercato. Vogliamo poi parlare dell'inutile sequela di acquisti tanto onerosi quanto inutili della ridicola coppia Galliani-Ancelotti (altro buono per la tosse!) degli ultimi dieci anni?
Nemmeno vendendo a 70 milioni il suo giocatore più valido a Don Florentino Perez, issato al soglio della presidenza del Real Madrid dalle banche iberiche spaventate dalla fuga di capitali e di tifosi da quel club un tempo glorioso, salverà i conti rossoneri dissestati irrimediabilmente dall'ex antennista amico da una vita del Cavaliere di Arcore!
Il quale, ocupandosi ormai solo più di politica, ancora non si è reso conto di quale irreparabile errore sia stato affidare a un amico volenteroso quanto incompetente le sorti di uno dei club di calcio più amati del mondo.

28 maggio 2009

DON'T BE A HERO, JIM!


"Don't be a heroe,
Heroes are so sad!
Don't be a heroe,
It'll just make you feel bad!
... cause love is the highest
High you can reach!""
"Non fare l'eroe,
Gli eroi sono così tristi!
Non fare l'eroe,
potresti sentirti così male!
... perché l'amore è il punto più alto
fra quelli che tu puoi raggiungere!"
Per Jim Capaldi, leggendario batterista dei Traffic scomparso prematuramente per un male incurabile 4 anni fa, quello fotografato qui sopra fu un album bello, ma sfortunato. Doveva sancire la separazione consensuale dal suo inseparabile amico e sodale Steve Winwood, il dear Mr Fantasy che tanto influì sul prog rock britannico dei primi Anni Settanta con quella voce calda e appassionata dal timbro inconfondibile.
Winwood e Capaldi, che grande coppia! Il primo si rivelò al mondo intero a soli 16 anni come voce solista nello Spencer Davis Group con un'indimenticabile interpretazione di "Gimme some loving". Ricordate, vero, che questa canzone venne poi replicata anni dopo nella celeberrima colonna sonora del film "Blues Brothers" targato Belushi & Akroyd? Il secondo, un po' come Garfunkel per Paul Simon, pareva destinato a vivere nell'ombra dal suo stesso carattere schivo e bonario. Figlio di emigrati siciliani - il padre minatore, rimasto vedovo presto, fece parecchia fatica a mantenere Jim e i fratelli lavorando nelle acciaierie vicino a Sheffield - Capaldi era la spalla perfetta per ogni primadonna che si rispetti. Come appunto fu per lui il giovane e talentuoso Steve! Furono grandi successi, concept album sofisticatissimi dove albeggiava la fusion fra più generi musicali. Ma fu, prima di tutti, il 33 giri che fece riscoprire al mondo la musica folk inglese successivamente portata alla gloria eterna dai cari Pentangle del chitarrista John Renbourne. Parlo di "John Barleycorne must die": assieme al compianto flautista e sassofonista Chris Wood, i Traffic fecero storia, anzi leggenda! Registrato in America assieme a uno straordinario gruppo di musicisti e amici per la pelle come Dave Mason, i Muscle Shoals Horn, Reboop Kwaku Bah e Paul Kossof, "Oh how we danced" avrebbe dovuto lanciare in orbita la genuina vocazione per il blues di Jim. E invece, vuoi per la banalità di qualche canzone, vuoi per la timidezza congenita che attanagliava Jim nelle vesti di musicista in proprio, questo LP passò quasi inosservato. Io, comunque, ne conservo una copia come se fosse una reliquia: perché? Ma per il testo, sconvolgente per nitidezza espressiva, del brano n° 1 della seconda facciata. "Don't be a heroe" è un blues malinconico e suggestivo in cui la voce di Capaldi svetta imperiosa vincendo, per una volta, il paragone con l'indistruttibile primo della classe Winwood.
Fa da contorno un assolo semplicemente da urlo di chitarra elettrica di un Paul Kossof sublime. Questa canzone ci racconta Capaldi uomo e artista come nessun'altra: questa canzone, tutte le volte che l'ascolto, non so perché ma mi fa sentire sempre tremendamente vivo!

20 maggio 2009

DUE CHE SI AMANO


Due come tanti. Due solitudini che s'incontrano per caso tra la folla della grande città. Due batterie scariche che, senza nemmeno l'intervento di un elettrauto, si ricaricano in un nanosecondo. Basta uno sguardo. Il primo botta e risposta, una risata e un boato che ti esplode dentro nel profondo. Le viscere che si rimescolano mentre già sogni il primo contatto fisico, il primo bacio, il primo lungo abbraccio: due che si amano, come noi, come chissà quanti altri esseri umani sparsi sulla terra. Felici di aver finalmente incontrato il suo Lui o la sua Lei. Pronti a tutto pur di difendere dal tempo che passerà, inesorabile, la magia del primo Incontro!
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13 maggio 2009

TRENT'ANNI FA A ROMA, UN CERTO RIVERA ...


Ma quanto è grande, in certi casi, l'irriconoscenza dell'uomo? Mi riferisco al silenzio assordante con cui oggi viene completamente dimenticato dalla società Milan e dai suoi sei e passa milioni di fans sparsi in tutto il mondo il trentennale dell'ultima gara disputata in maglia rossonera da una delle sue bandiere: Gianni Rivera!
Era l'ultima domenica del campionato 1978/79, vale a dire un'era geologica fa! Si giocava un calcio più lento, grazie anche a palloni di cuoio duri veramente e non alle assurde pallette leggere di oggi, fabbricate in qualche angolo sperduto del pianeta da poveri minori sfruttati. Quel Milan, a sorpresa, scendeva a Roma per festeggiare lo scudetto della stella: il decimo della sua lunga e gloriosa storia. Rivera, a 36 anni ancora da compiere, appendeva le scarpe al chiodo dopo aver vinto tutto e di più nella cosiddetta Cenerentola del calcio italiano. Trent'anni fa il Milan, infatti, era una specie di nobile decaduta.
Non partecipando alle manovre di palazzo, la società di Via Turati era fortemente ostile ai maneggi dei Boniperti e degli Allodi, dei Franchi e dei Prisco, dei Lo Bello e dei Barbè, nonché delle grandi firme del giornalismo sportivo dell'epoca. Quello era il Milan che perse, Dio solo sa come, uno scudetto già vinto all'ultima giornata del campionato 1972/73 a Verona giocando contro un club il cui presidente, Saverio Garonzi, di mestiere faceva il concessionario FIAT.
La stella vinta con la sua ultima gara da giocatore, corredata dall'ennesima rete segnata, pose fine alla carriera di Rivera, ma non solo a quella! Quella domenica pomeriggio, davanti a tifosi della Lazio e soprattutto a milanisti venuti da ogni parte d'Italia e del mondo (c'erano alcuni italiani giunti apposta da Melbourne, Australia!), finì un'era del calcio. Oggi troppi rossoneri, invece di festeggiare Rivera, si preoccupano stolidamente del rinnovo del contratto principesco dell'attuale allenatore: o tempora, o mores!

24 aprile 2009

SCERBANENCO E MILANO: UN GRANDE AMORE


"Ma miì, ma miì, ma miì / Quaranta dì ...": viene in mente Ornella Vanoni e la sua celebre canzone quando leggo un romanzo, uno qualsiasi, del grande Giorgio Scerbanenco! Perché? Nelle sue opere è protagonista la malavita italiana negli Anni Sessanta. L'epoca del boom economico, descritta da lui, pare davvero sconcertante.
Morti ammazzati brutalmente, dopo sussulti di tenerezza inspiegabile, dei loro carnefici.
Membri delle forze dell'ordine inflessibili nel dar loro la caccia e, a far da sfondo, angoli spesso sconosciuti della penisola.
Ma, al centro di tutto, ci sta Lei: Milano, la capitale del malaffare, del vizio e della miseria, spietata eppure tragicamente struggente. A dar la caccia ai criminali, professionisti od occasionali, meticoloso e con l'immancabile sigaretta accesa, c'è il mitico Duca Lamberti: il Maigret dei Navigli, personaggio che piaceva immensamente persino al maledetto toscano Indro Montanelli.
Grazie a Scerbanenco, cronista e poeta al tempo stesso, Milano diventa cosa vera! Sullo sfondo noi. Inguaribili nostalgici delle smargiassate con gli amici alla Latteria di Via dell'Unione. Consumatori incalliti dei racconti dei vecchi tifosi (le facce da Milan celebrate dal compianto Beppe Viola al bar del Giambellino) sugli assist di Gianni Rivera nella fetta eternamente gelata d'inverno a San Siro dinnanzi alla folla impazzita. Cacciatori intrepidi dei panettoni da prenotare sotto Natale al Sant'Ambreus.
Ci sono anche loro: i ghisa altissimi, i tram sferraglianti lungo le vie della metropoli, le donnette di ritorno dalla fiera degli O Bej O Bej con figliolame a rimorchio, i venditori di caldarroste provenienti dalla Provincia Granda, cioè Cuneo e valli attigue. Io che ci son nato e tutti coloro che han la fortuna di risiedervi: insomma, noi milanesi portiamo sempre nel cuore un pezzo della Milano di Scerbanenco! Sarà forse politicamente scorretta per alcuni: ma io la trovo così umana, così intensa, così inspiegabilmente vera!

22 aprile 2009

LA GARA PIU' BELLA DEGLI ULTIMI 10 ANNI!


Vi è mai capitato di tornare a casa dal lavoro, stanchi mentalmente e fisicamente come dopo aver corso due batterie consecutive dei 400 ostacoli contro il grande Edwin Moses? Ebbene, io ero in queste condizioni quando, manovrando distrattamente il telecomando durante la cena, mi sono imbattuto nelle fasi finali del primo tempo di Liverpool-Arsenal, recupero della 33esima giornata di Premier League.

Credetemi, amici: pur avendo visto dal vivo o alla TV centinaia di partite di ogni livello ed importanza, l'accesa sfida andata in scena ieri sera nello stupendo tempio calcistico di Anfield Road ha superato ogni più rosea previsione!

Reds contro Gunners, Benitez contro Wenger, El Nino Torres contro Andrej Arshavin: tutti duelli bellissimi concretizzatisi in un continuo ribaltamento di risultato e di situazioni tecniche e tattiche. Ma quel che mi ha avvinto fino all'ultimo istante, quel che ha reso indimenticabile a parer mio la magica serata di ieri sera è stato un altro elemento: la partecipazione totale, entusiastica e commovente, degli spettatori presenti sugli spalti.

Un primo tempo condotto in gran parte dai padroni di casa, pur privi del capitano e uomo-simbolo Steve Gerrard, si chiude con l'unica rete, sontuosa a dire il vero, dell'Arsenal dopo una magica sovrapposizione, sotto la Kop, del trio Fabregas-Nasri-Arshavin: freddo e spietato quest'ultimo nel bucare Pepe Reyna incolpevole.

Dopo l'intervallo dieci minuti dieci d'estasi collettiva, di simbiosi fra i tifosi di casa e i loro imbaldanziti giocatori, portano al 2-1 con sublime gol di testa del Nino madrileno prima, e con un emozionante palla vagante messa due metri almeno oltre la linea della porta – fantastico l'arbitro Webb a vederla subito! - dell'israeliano Benayoun.

In quei dieci meravigliosi minuti non solo la Kop ma tutto Anfield ha cantato lo stesso coro simultaneamente: avevo i brividi persino io che pure non tifo nè per l'una nè per l'altra squadra in azione ieri sera e, come me, li doveva avere il bravissimo Massimo Marianella che commentava la gara su Sky.

Sembrava fatta per i reds ma, dietro all'apparente remissività del suo collettivo, Arsene Wenger, coach dell'Arsenal, sapeva di poter nascondere la carta che avrebbe sparigliato i giochi: Andrej Arshavin! Quel suo volto da bambino bizzoso un po' troppo viziato, ineluttabilmente baltico nei suoi lineamenti, pareva irridere la foga con cui i reds andavano a caccia del gol della sicurezza. Un gol già segnato nel primo tempo, poi un secondo, un terzo (Walcott, solita imperiosa fuga di 50 metri sulla destra, poi che assist!) e addirittura un quarto gol sotto lo spicchio progressivamente in estasi di tifosi venuti ad applaudire l'Arsenal dal Nord di Londra: questo poker di reti è la consacrazione definitiva di un talento offensivo che, ne sono certo, finalizzerà al meglio la sontuosa regia del grande catalano Cesc Fabregas.

C'è spazio per un nuovo acuto del solito cecchino Torres e, quando i giochi sembrano chiusi con una vittoria non del tutto meritata degli ospiti, di un Benayoun indomabile. Da notare: gol del 3-4 di Arshavin al minuto 92, gol del definitivo 4-4 dell'israeliano al minuto 95, poi fischio finale di Webb un minuto dopo!

“You'll never walk alone!” la commovente Kop chiude con rapsodica intensità la gara a mio avviso più bella egli ultimi 10 anni; riguardatela appena potete, amici, e mi darete ragione!

15 aprile 2009

IL MILAN DI SACCHI: QUANDO IL CALCIO DIVENTO' ARTE!


Per chi come me, milanista dalla nascita, ha vissuto da vicino, trovando pure il tempo d'innamorarsi e di sposarsi tra una grande sfida e l'altra, il ciclo in rossonero di Arrigo Sacchi Giancarlo Dotto ha scritto, per la collana "STRADE BLU" edita da Mondadori, "LA SQUADRA PERFETTA".
All'epoca inviato speciale a Milanello per il Messaggero, il bravo cronista romano racconta retroscena e dettagli poco conosciuti che portarono quel Milan, un grande club sulla soglia della bancarotta, a vincere tutto in Italia, in Europa e nel mondo. Pagina dopo pagina, questo bel libro è la cronaca della maestosa cavalcata degl'Invincibili dal 1987 al 1991.
Da Ruud Gullit ad Angelo Colombo, da Marco Van Basten a Roberto Donadoni, non trascurando naturalmente Silvio Berlusconi, la vera Mente di questo miracolo calcistico: il Milan costruito magistralmente dal piccolo grande Arrigo fra lo scetticismo dei Gianni Brera, dei Boniperti e dei loro vacui maggiordomi pseudo-intenditori di football inorgoglì vent'anni or sono l'Italia.
In che modo? Ma, ad esempio, con l'esodo pacifico da tutta la penisola di ben centomila persone verso il Nou Camp di Barcellona in una ventosa serata di fine maggio del 1989: fu il 4-0 che coronò la più fantastica Coppa dei Campioni mai vinta dal club di Via Turati.
Ebbe inizio a Pisa e s'interruppe un po' malamente a Marsiglia l'epopea di un gruppo di grandi uomini, prima ancora che grandissimi atleti. Sfinito per la troppa tensione e le enormi energie fisiche e mentali profuse, il piccolo ma geniale allenatore di Fusignano se ne andò via letteralmente distrutto dalle congiure di palazzo e dalle critiche dei suoi indomabili detrattori. Ebbene, per me come per tanti altri appassionati del Milan e del bel calcio, Arrigo Sacchi è come se ci avesse donato, in quelle quattro meravigliose stagioni, il più bel divertimento delle nostre esistenze terrene. Grazie, caro Dotto, per averne celebrato così bene le gesta!