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25 maggio 2005

AL CINEMA: CRONACA DI UN SIMENON TRADITO

Può un regista cinematografico arrogarsi il diritto di rovinare un capolavoro della letteratura moderna senza che i critici militanti dei più grossi quotidiani nostrani, gente ben pagata non si sa per cosa, abbiano nulla da eccepire? Il mio sospetto è diventato certezza dopo aver assistito a "LUCI NELLA NOTTE", film liberamente tratto dall'omonimo romanzo del più grande autore del Novecento, il belga Georges Simenon.
Recensioni a dir poco entusiastiche degli scribacchini di cui sopra mi avevano convinto alla visione del film: al peggio, si sa, non c'è mai fine!
La vicenda, altamente drammatica, venne scritta dal papà del celebre commissario Maigret durante il suo soggiorno dei primi Anni Cinquanta negli Stati Uniti del Nord Est: marito e moglie sui trent'anni, due impiegati della media borghesia newyorkese, si recano in auto durante l'ultimo week end estivo, prima della consueta riapertura dei colleges, a prendere i figli in un campeggio a Nord, nello stato del Maine. Già alla partenza, di sera per evitare il caldo ed il traffico diurno del fine settimana, qualcosa sembra non andare per il verso giusto: la coppia sente di non volersi più bene come un tempo e soprattutto Steve, il marito, sfoga il suo malcontento verso la moglie con abbondanti libagioni di superalcoolici.
Passa il tempo durante il lungo tragitto a stuzzicare Nancy, troppo spesso ferma l'auto per frequenti incursioni nei tipici autogrill lungo le strade affollate di traffico notturno.
Ma il destino dei due giovani coniugi è segnato all'improvviso dall'incontro con un serial killer, appena scappato di prigione e ricercato dalla polizia. Nancy abbandona Steve, stufa per le sue bevute, vicino alla fermata di un Greyhound, uno di quegli autobus giganteschi che attraversano gli USA in lungo e in largo a qualsiasi ora del giorno.
Si pentirà amaramente, la giovane donna, di averlo fatto, ma l'incontro pur terribile che l'attende riuscirà, in un modo che non posso svelare a chi non ha letto questo romanzo, ad appianare per sempre i problemi coniugali. Dalla disperazione più nera può nascere qualcosa di bello, di puro: così il Simenon romanziere, attento osservatore della realtà americana, scrisse nel 1953 una delle sue opere più inattese, ma anche più belle della sua sterminata produzione letteraria.
Doveva arrivare tale Cedric Kahn, cinematografaro transalpino presuntuoso quanto inetto, a stravolgere la trama del romanzo con una trasposizione assurda della vicenda nella Francia del Sud e ai nostri giorni.
I protagonisti diventano qui Jean Pierre Daroussin, attore comico televisivo con un nasone ingombrante e dall'aria imbecille, che solo un piccolo francese della Provenza riesce ad avere, e la mitica Carole Bouquet, bellona tutt'altro che somigliante alla sposina americana descritta così mirabilmente da Simenon. Accidenti a lui, il Kahn ha partorito, anzi abortito, visti i risultati finali, un guazzabuglio di violenze ad effetto spesso gratuite, di lunghe inquadrature di lui al volante mentre litiga con lei, di chiacchiere stomachevoli sulle piccinerie dei "soliti" borghesi.
Quelli che, per inciso, fanno la fila per vedere questo film e che danno da vivere al suo regista, un ex sessantottino frustrato che, giustamente, li mette alla berlina: così va il mondo quando si è compagni, di qua o di là delle Alpi non fa davvero nessuna differenza! Inutile dire, miei affezionatissimi venticinque lettori, quale sia il mio consiglio: acquistate appena potete il romanzo suddetto, pubblicato come tutti i Simenon da ADELPHI, e guardatevene bene dal regalare soldi a messieur Cedric Kahn, il suo violentatore cinematografico!

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