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20 maggio 2005

IL PIU' GRANDE N° 10, MA SOLO ... IN CAMPO!

Nasce il 18 agosto 1943 a Valle S. Bartolomeo, minuscolo paesino alle porte di Alessandria, il più grande n° 10 della storia del Milan.
Figlio di gente umile ma concreta, Rivera aveva il calcio nei suoi cromosomi: capiva, cioè, una frazione di secondo prima dei suoi avversari diretti, fin dal suo esordio in serie A a soli 15 anni nei grigi dell'Alessandria contro i cugini, dove sarebbe andato il pallone.
Che, non lo dimentichiamo, non era la sfera leggera e griffata di oggidì, bensì un pesantissimo oggetto rotondo di cuoio marrone.
Loro, i difensori avversari di allora, normalmente superavano il Gianni di due spanne abbondanti come altezza, per non parlare del diverso peso!
Lui, educato ma freddo dall'inizio alla fine della sua incredibile carriera, costruiva per i fortunati tifosi del Milan di quei tempi palleggi raffinati, svolazzi balistici e, prima ancora che se ne accorgessero, l'occasione da rete era creata prticamente dal nulla!
Impropriamente noto per le aspre polemiche dialettiche con gl'intellettuali del calcio di allora (mica dei Biscardi, dei Tosatti jr. o degli Sconcerti qualsiasi, c'era un grandissimo della letteratura e del giornalismo italico che l'aveva in antipatia come Gianni Brera!), Rivera stabilì con Nereo Rocco alias il Paròn un grande sodalizio sportivo.
Per me è fondamentale averlo ammirato in quella magnifica finale di Madrid del 1969.
TV in bianco e nero, quella sera lui ispirò l'attacco atomico formato, da destra a sinistra, da Hamrin, Lodetti, Sormani e Pierino "la Peste" Prati con giocate che a me, 11enne appena, diedero una gioia indescrivibile.
Tutti noi amanti del bel calcio dovremmo avere visto almeno una volta l'azione completa - non quella, ahimè tagliata sul più bello - del quarto gol segnato a Cruyff e ai suoi lanceri dell'Ajax.
Lì c'è tutto il talento magico di un campione che scontò fino in fondo - stesso destino di Gigi Riva - la colpa originaria di non aver militato per la società simbolo del Potere nell'Italia di allora, quella che ha sede a Torino, città in cui mio malgrado vivo.
Quanti scudetti rubati, quante manovre del Palazzo di allora per tentare di ostacolare in tutti i modi quel suo, e nostro, Milan!
Il culmine si raggiunse con la vergognosa esclusione dalla Nazionale nella finale all'Azteca del 1970: fu il presidente della Lega Calcio e vicepresidente FIAT, Walter Mandelli, un individuo messo lì malgrado non avesse mai visto una partita di calcio, a bocciare senza appello le legittime aspirazioni di giocare per il titolo del nostro grandissimo Gianni.
Al suo posto doveva giocare il Gran Ruffiano al secolo Sandrino Mazzola, una foca ammaestrata in confronto al nostro campionissimo!
Fummo naturalmente battuti, anzi, che dico, ridicolizzati dal grande Brasile di Pelè e Rivera giocò, sull'1-4, gli ultimi inutili e avvilenti 6 minuti.
Il più grande elogio gli venne direttamente da O 'Rey che, con la Coppa Rimet in mano, dichiarò a tutti:"Appena entrati in campo ci siamo sentiti sicuri di noi, Rivera era incredibilmente in panchina!".
Il mio ricordo finale va alla sua ultima partita a San Siro, microfono in mano, mentre invita con la disinvoltura di un Gerry Scotti d'annata la gente assiepata nelle ultime file del 2° anello a spostarsi, pena la sconfitta a tavolino: era il Milan-Bologna dell'anno della stella, poi ...
Dimentichiamo il Rivera che, appese le scarpe al chiodo, volle fare il dirigente in Via Turati! Ma non scordiamocene ora, alla vigilia di Istanbul: l'auspicio è che il bambino d'oro, Kakà, ne ripercorra le tappe, viste le analogie nel modo dei due rifinitori di trattare la palla.
Da Rivera a Kakà: ma chi altri ha potuto vantare campioni simili, in Italia e nel mondo?

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