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27 aprile 2005

SHINE ON, YOU CRAZY … MILAN!

Al ritorno da San Siro, dopo la semifinale d’andata della Champions League, guido felice circondato dall’affetto di mio figlio Fabio e di alcuni amici fra le chicane della TO-MI: una magica serata in grado di riconciliarti con il calcio, quindi con la vita, mi fa brillare gli occhi per le emozioni vissute insieme a quei magnifici 74mila e più spettatori paganti.
Da Brisighella a Codroipo, da Trani a Piazza Armerina, da Bucchianico a Villa San Giovanni, da Monte San Savino a Monsummano, con appendici straniere provenienti da Parigi, Manchester sponda City, Malta, Liegi, Kiev, Boston, Yokohama e perfino Melbourne, l’esercito rossonero ha occupato compatto nel suo genuino entusiasmo gli spalti fin dalle cinque del pomeriggio.
Nessun provocatore di professione, nessun perdente per vocazione, nessun lanciatore occasionale di motorini era presente, come purtroppo quindici giorni fa, a sostenere i nostri avversari: al loro posto 6mila olandesi ebbri di gioia per le prodezze della propria squadra e calorosi nei loro incitamenti dal primo all’ultimo secondo di questa straordinaria partita.
Il lettore CD della mia Ford Focus ha appena ingoiato gli amatissimi Pink Floyd e l’incipit, la fantastica suite “Shine on, you crazy diamond!”, mi riporta ad un’azione, anzi all’azione che sintetizzerà meglio di tutte le altre la vittoria sui veloci e tignosi campioni di Gus Hiddink.
Un riff a quattro sole note di una chitarra elettrica che sembra stregata, accarezzata con dita vellutate dal grande David Gilmour, parte improvvisamente accompagnata dalle tastiere di Richard Wright, dal basso di Roger Waters, leader del gruppo, mentre il rullio della batteria di Nick Mason si fa sempre più incessante.
Dedicata da Roger alla memoria del padre, morto ad Anzio durante lo sbarco degli alleati nell’ultimo conflitto mondiale e mai conosciuto, la canzone è un blues struggente costruito appunto su quattro note.
E appunto su quattro soli movimenti di due grandissimi campioni, Ricardo Izecson dos Santos Leite, altrimenti noto come Kaká, e Andriy Shevcenko, si è basata la rete di quest’ultimo al minuto 42° del primo tempo.
Sheva si avvicina furtivo nel traffico a centrocampo, circondato da avversari famelici, e tocca un pallone apparentemente insignificante al 23enne brasiliano.
Questi controlla per una frazione di tempo, che a noi tifosi appare interminabile, si gira di fronte alla porta avversaria, da cui lo separano una quarantina di metri, poi prende una decisione che cambierà il corso della gara.
Il Pallone d’Oro 2004, intanto, è come un centometrista ai blocchi di una finale olimpica: sta dietro al suo marcatore diretto come un avvoltoio pronto a carpirgli la preda.
In un istante Kakà usa la punta del suo delizioso piede destro per lanciare – e qui l’assolo di David Gilmour ne sottolinea la genialità davvero unica – Sheva che prende palla e brucia sullo scatto il suo marcatore.
Quindi s’invola sotto la Curva Sud mentre tutti noi 68mila circa, ormai pronti ad esplodere, ci alziamo con gli occhi fuori dalle orbite ad accompagnare la sfera in fondo al sacco: il pur bravo portiere del PSV è freddato, goooollll, siamo sull’1 a zero!!!
Grazie a Ricardo e ad Andriy, e di riflesso ai miei adorati Pink Floyd, la mia Ford Focus va in ebollizione ed i compagni di questa indimenticabile festa sono qui, nella mia mente, a festeggiare ancora. E, comunque andrà a finire, anche questa stagione sarà per noi del Milan un incredibile appendice del Paradiso calcistico, un nirvana di ricordi e sensazioni positive, un mix di talento, passione, grinta e geometrie che solo il nostro Diavolo, in Italia e nel mondo, sa diffondere inebriando gl’intenditori del vero calcio e facendo arrabbiare i superficiali, gl’invidiosi, i poveri di spirito.

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