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06 marzo 2005

THANK YOU SO MUCH, NIGEL!

Tempi sempre più difficili, i nostri! La globalizzazione fagocita e tritura senza soste il melting pot di usi, abusi, costumi e quant’altro fa tendenza in tutto il mondo, soffocando un giorno dopo l’altro le nostre intelligenze.
Sembriamo naufraghi che, una volta approdati per caso sull’isola che non c’è, la eleggono come loro ultima, definitiva dimora dove seppellire per sempre quello straordinario patrimonio di ricordi che risponde al nome di patria.
Meno male che esistono ancora, nascoste fra la folla anonima, persone orgogliose di appartenere ad un popolo e di mostrarlo a tutti con istintiva naturalezza.
Nigel è un trentenne elaboratore di software di Manchester che gira instancabilmente l’Europa, con moglie e due gemelline adorabili, a bordo del loro caravan, alla ricerca di nuove diavolerie telematiche. La curiosità innata per ciò che è bello l’ha imparata sui banchi di scuola, quando scoprì John Ruskin, scrittore e viaggiatore instancabile.
“La comprensione della bellezza è la vera strada e il primo gradino verso la comprensione di ciò che è buono” questo è il motto che campeggia su una parete della sua allegra casa da viaggio.
La rete delle reti ci ha fatto conoscere grazie alla comune passione per il progressive rock, genere musicale che stupidamente credevo fosse caro solo a noi 45/50enni.
Che cosa stupenda invece ricredersi mentre Nigel, assorto di fronte alla mia collezione sterminata di LP e CD, va in deliquio quando gli faccio ascoltare, ad esempio, il timbro esplosivo della chitarra elettrica Les Paul di Steve Hackett in “Selling England by the Pound”, Genesis, anno di grazia 1973.
Cade un muro apparentemente invalicabile fra noi, intanto che mio figlio gioca a rimpiattino con le sue gemelline e le mogli, pur con l’ostacolo delle differenti lingue, sembrano già due amiche che non s’incontravano da anni.
Ed ecco che il discorso cade sui Traffic e sul loro album capolavoro: “John Barleycorn must die”.
Ci si racconta le rispettive impressioni su Winwood, Capaldi e Wood, il magico trio che rifondò il blues anglosassone, assieme ai grandiosi “Cream” di Eric Clapton, partendo dalla lezione di un certo John Mayall. “Ma questo John Barleycorn, chi diavolo rappresenta?” domando al mio nuovo amico.
Qui di seguito il suo suggestivo racconto, che mi ha poi dato l’ispirazione per la traduzione in italiano dell’omonima ballata: grazie soprattutto al grande Nigel!

“John Barleycorn è la impersonificazione dello "spirito del grano", che si trova in tutte le società agricole fino dalla preistoria, a volte in forma maschile a volte in forma femminile (la madre del grano). In questa canzone tradizionale inglese confluiscono miti, credenze e usanze scaramantiche che arrivano direttamente dagli albori della civiltà, dall'inizio della civiltà contadina, usanze che sono state seguite in Inghilterra in queste forme fino ai primi decenni del '900. Il significato letterale del testo è abbastanza chiaro: un’ allegoria della produzione del whisky, nettare in cima ai desideri di noi anglosassoni, dalla semina fino al raccolto. Ma perché il piccolo John Barleycorn deve essere ucciso, e perché in questo modo brutale? E dopo essere diventato un uomo? Lo spirito del grano è la spiegazione mitica del mistero contenuto nel continuo rinnovarsi della vita: dai semi del grano vecchio (che muore) nascerà l'anno successivo il nuovo raccolto. La nascita del grano nuovo, e quindi del cibo, fonte principale e quasi unica di sostentamento e vita nella civiltà contadina, non era certo un fatto secondario, e giustificava attenzioni particolari, fino in alcuni casi a sacrifici propiziatori rituali, in alcuni casi anche umani, o, più tardi, a rappresentazioni allegoriche degli antichi sacrifici. Perché lo spirito del grano doveva morire? Era una metafora del ciclo della mietitura, il grano crescente doveva essere mietuto, quando finiva era finito il raccolto, il mietitore che mieteva l'ultimo covone simbolicamente uccideva il raccolto di quell'anno, e quindi uccideva lo spirito del grano, e quindi in qualche modo prendeva su di sé la sventura della fine della vita, della morte.
Ma lo spirito sarebbe rinato l'anno dopo, bastava sincerarsi che morisse in modo certo per garantirne la rinascita, e quindi doveva essere inscenata una uccisione simbolica e inappellabile (nella canzone è il "voto solenne"), con le forme e la brutalità del sacrificio.
Nella regione agricola del Devonshire, la tradizione vuole che il mietitore che finisce per ultimo venga legato e addobbato come un covone, cioè con tutte le spighe di grano intorno, proprio come nella figura tipica di John Barleycorn nei disegni tradizionali, e che sia ridicolizzato con scherzi abbastanza pesanti. Il taglio del collo citato nella canzone era proprio il momento rituale del sacrificio, ed echeggiava nelle canzoni della mietitura e in grida rituali che i mietitori facevano tutti assieme, in modo da farsi sentire a miglia di distanza, e quindi simbolicamente da farsi sentire anche dagli dei, buoni o cattivi che fossero, per dimostrare che quello che doveva essere fatto era compiuto.”

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