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22 ottobre 2004

BENVENUTO A STAM, 30 ANNI DOPO …

Difensori si nasce o si diventa? Per chi, da milanista doc, abbia
goduto dal vivo il più glorioso quarto di secolo della storia della
sua squadra, è come sfogliare i petali di una margherita.
Molti sono gli eroi della chiusura a doppia mandata delle nostre
aree di rigore, da San Siro a Wembley, dal Santiago Bernabeu di
Madrid al Celeste di Messina, e ci s'interroga sul loro effettivo
valore.
Appollaiato fin da piccolo dietro ad una porta di San Siro, spesso
dietro ad uno striscione dal nome inquietante di SETTEMBRE
ROSSONERO, ricordo nitidamente la coppia centrale che fece grande i
rossoneri a cavallo tra la fine degli Anni Sessanta e l'inizio degli
Anni Settanta.
Stopper prosaico e mai lezioso, Roberto Rosato da Chieri arrivò dal
Torino quasi per caso nel 1967 per imporsi subito all'attenzione dei
critici esigenti: faccia d'angelo, qualche rudezza, certo, non
mancava mai nel corso delle sue mille battaglie contro avversari del
calibro di un Gringo Clerici, di un Gigi Riva, di un Beppe Savoldi o
di un Long John Chinaglia.
Ma la classe cristallina emergeva sempre nelle occasioni più
importanti: e come poteva non manifestarsi giocando in coppia con il
più italiano dei tedeschi, l'idolo della mia infanzia vissuta a
spasimare per il Diavolo meneghino: Karl Heinz Shnellinger!
Il biondo libero rimase celebre per la rete segnata all'88° minuto
della semifinale in Messico all'Italia di Albertosi, Rosato, Rivera
e Riva – e Mazzola Sandro? Non pervenuto, ma questo è un altro
discorso! – ma chi l'ha visto giocare dal vivo lo ricorda per un suo
rimarchevole gesto tecnico.
Mi riferisco alla sua scivolata a due piedi, al limite estremo della
pericolosità per l'avversario che gli si parasse incontro: una volta
a contatto col pallone, era l'interno del piede sinistro a liberare
rasoterra fra gli oh di rapita ammirazione di noi, suoi tifosi
adoranti.
Carletto "el tudesc" era uno spettacolo per la disinvoltura e
l'estrema precisione con cui mulinava le sue lunghe leve alla
ricerca della sfera di cuoio: talvolta ci poteva scappare il fallo,
non lo nego!
Ma nessuno, a memoria di sportivo, ricorda di sue espulsioni o di
attaccanti infortunatisi gravemente quando, oltre alla sfera,
venissero colpite le loro estremità preziose.
Ora mi sono stropicciato gli occhi, non più ragazzo, ma
ultraquarantenne sempre irragionevolmente perso dietro alle magie di
nuovi campioni del Diavolo, in occasione del match di Champions
League a San Siro col Barcellona del grande ex Frank Rikaard.
Completamente pelato, ma ugualmente tonitruante nel suo spessore
atletico, un olandese di 31 anni si è presentato spazzando la nostra
area di rigore con la stessa identica classe dei suoi predecessori
di trenta anni fa.
Dai clamori dei quasi 80mila assiepati allo stadio milanese si
intuiva la venerazione per Jaap Stam: è lui il nuovo idolo di una
difesa che, da un po' di tempo in qua, non ci fa più dormire sonni
sereni.
Al cospetto di talenti come Deco, Et'ò e Ronaldinho limpida è
sgorgata la classe di un gigante che non rifiuta, quando può, i
colpi di fioretto.
Domenica 24 lo attende il compito improbo di contrastare la
spaventosa potenza d'urto di Adriano, il campionissimo a cui una
tifoseria a digiuno di vittorie da tanto, troppo tempo affida oggi
le sue aspettative di riscossa.
Nel ricordo di Rosato & Shnellinger, la magica coppia che onorò la
Milano rossonera trent'anni fa, vada il mio personalissimo augurio a
Stam di ripetere i gesti tecnici di allora, anche se a velocità
doppia: basterà a soddisfare l'incontenibile passione per il ruolo,
spesso troppo sottovalutato, del difensore nel nevrotico calcio del
XXI secolo?

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