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17 agosto 2004

LIBRI: IL MEFITICO SUCCESSO DE “IL CODICE DA VINCI”

Nella sonnolenta Italia dei perniciosi SMS a getto continuo e dei congiuntivi in precipitosa via d’estinzione, i lettori sono merce sempre più rara, ma facili ad abboccare all’amo dei cosiddetti grandi editori. Costoro, affamati di utili come non mai, puntano ad esempio sulla spregiudicatezza di falsi ricercatori universitari statunitensi, trasformati con operazioni di marketing mediatico in scrittori di successo, per fabbricare inenarrabili apologie del Nulla.
E’ il caso di Mondadori che, con “Il Codice Da Vinci” di un certo Dan Brown, comanda indisturbata le classifiche di vendita da alcuni mesi nel nostro sciagurato paese.
L’autore, partendo dall’omicidio dell’anziano curatore del Louvre, prende di mira la reputazione del povero Leonardo da Vinci tramutando la storia in fantascienza come un Isaac Asimov di serie C2. Viene ritrovato un cadavere che, prima di esalare l’ultimo respiro, imita il suo celebre uomo di Vitruvio, quasi volesse simboleggiare … Di seguito improbabili figure di studiosi di simbologia che diventano detective, gl’immancabili accenni al sorriso della Gioconda, il temibile ordine dei Cavalieri Templari e – udite, udite! – la vera chiave che dà accesso al segreto del Santo Graal: Maria di Magdala, una donna e non un uomo, vera erede di San Pietro al soglio di Cristo!
Le 523 pagine di questo incredibile successo editoriale del 2004 s’ispirano alla trama di un telefilm della serie “x file”, ma vi sono tali e tante inesattezze storiche e religiose al punto da essere, per i credenti, un’opera veramente blasfema.
Facile capire l’immenso successo di vendite che, pronubo l’attivismo un po’ sospetto di Scientology, cui l’autore appartiene, questo giallo ha negli USA: lì il lettore medio nutre da sempre una visione della storia quanto meno manichea, in cui i buoni sono gli studiosi a caccia di risposte certe per i loro enigmi, ed i cattivi sono l’ordine precostituito rappresentato, per esempio, dalla Chiesa Cattolica di Roma (quella che, per intenderci, tollererebbe la pedofilia dei suoi membri più influenti), dai Templari e dall’odiosissima (per l’autore, naturalmente) Opus Dei.
Altrettanto semplice capire il successo incontrato da noi: l’organizzazione religiosa voluta da San Escrivà de Balaguer è vista, dai raffinati intellettuali al soldo delle lobbies mediatiche più alla moda a sinistra e dintorni, come una setta pericolosissima d’iniziati – ne farebbero parte i senatori Giulio Andreotti e Marcello Dell’Utri, ohibò! – mentre Ron Hubbard ed i suoi accoliti non fanno politica, certo, anche se nei fatti taglieggiano indisturbati, malgrado la legge abbia cercato di ostacolarli in vari modi, i portafogli di troppi sprovveduti in nome del dio guadagno.
Insomma, se noi italiani abbiamo comprato così tante copie del “Codice Da Vinci”, è perché ci stiamo americanizzando troppo o, molto più semplicemente, perché ci vergogniamo come ladri di studiare di più la nostra storia?
Se fosse così, meglio sarebbe leggere, nell’afa opprimente delle nostre città o sotto gli ombrelloni in spiaggia, le raccolte di barzellette di Francesco Totti o le opere prime degli autori di Zelig: stanno al romanzaccio di Mister Brown come i neorealisti del cinema del dopoguerra stanno agli spot insopportabili delle società di telefonia mobile.

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