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26 agosto 2005

STOP ALLA LETTURA DI PAVESE NELLE SCUOLE!




L’angoscia è uno stato d’animo purtroppo assai facile da comunicare ai propri simili. In letteratura una miriade di autori di ogni epoca e provenienza ha provveduto e provvede tuttora al pericoloso lavaggio delle coscienze di molti lettori, vittime indifese dei loro problemi irrisolti.
Cesare Pavese, morto suicida esattamente 55 anni fa a Torino, meriterebbe un Oscar alla carriera per aver angosciato, con la sua produzione letteraria, intere generazioni di sprovveduti lettori. Fu comunista sincero fino all’osso, al punto da augurarsi di poter vivere, dopo il terribile conflitto mondiale - secondo lui voluto fortemente dai “padroni” - in un’Italia ben governata dai consigli di fabbrica e dai funzionari del PCI: rispettivamente il suo pubblico preferito ed i suoi datori di lavoro, fin dagli anni cupi e contradditori della cosiddetta Resistenza.
Non gli servì ad aprire i suoi orizzonti culturali assai limitati aver tradotto per primo nella nostra lingua i grandi della letteratura USA, come Melville, Faulkner, Hemingway, Steinbeck. Gli Stati Uniti, per Pavese, furono i più biechi fautori dell’imperialismo capitalista.
Ecco perché di quei grandi letterati in lui, ateo convinto, sopravvisse solo la forma, e non fu compresa la grande lezione di amore verso il prossimo di ognuno di loro!
Pavese desiderava soprattutto fare il travet solitario in cima alle colline delle sua amate Langhe o, al massimo, nei dintorni di Pino Torinese. Qualche capatina, fra una conferenza alla casa editrice Einaudi voluta dal compagno Vittorini ed un rinfresco ai principali caffè sabaudi, poteva anche starci per allungare il brodo della sua tormentata esistenza.
Tanti, troppi studenti italiani hanno dovuto leggerne la prosa scarna, priva del più impercettibile segno di autoironia, con dialoghi che sembrano tratti dai pensierini di un mediocre scolaro di quarta elementare.
Tanti, troppi studenti hanno dovuto conoscere – e scommetto che ne avrebbero volentieri fatto a meno! - il suo pessimismo cosmico, di cui sono permeati tutti i protagonisti dei suoi sopravvalutati libri.
Sono figure sbiadite e improponibili per chi sia vissuto anche per pochi anni nelle sue Langhe o nella Torino operaia: i suoi contadini, i suoi operai, i suoi insegnanti ma, soprattutto, le sue donne, da lui sempre profondamente disprezzate, sono fortunatamente distanti anni luce dai protagonisti reali della rinascita economica, sociale e soprattutto culturale del Piemonte in cui visse.
Pavese non si accorse che il dopoguerra, grazie anche all’aiuto economico decisivo dei volgari imperialisti del Nord America, avrebbe portato benessere, ottimismo, voglia di vivere, posti sicuri di lavoro. Le sue opere, anche per compiacere ai compagni nonché impresari della casa editrice Giulio Einaudi di allora, trasudano invece un cupo dissolvimento dell’uomo nel malsano nichilismo purtroppo di moda oggi e ne fanno, con buona pace dei suoi epigoni – Giovanni Raboni su tutti - un triste profeta dei nostri disordinati tempi moderni.
Tanti, troppi studenti ora, 55 anni dopo il suicidio dello scrittore langarolo, vorrebbero essere risparmiati una volta per tutte dal profluvio dei cattivi pensieri di questo cattivo maestro.
Ce lo hanno imposto le prefiche politically correct dell’istruzione pubblica nei lontani Anni Sessanta, a seguito dell’immondo baratto fra Potere e Cultura dei politicanti di allora? Ebbene, i tempi sono maturi per mandare Pavese, una volta per tutte, nel dimenticatoio: destinazione ultima degli autori datati, non di quelli … dotati!

1 commento:

Paolo ha detto...

Non capisco il tuo giudizio su Pavese.
E' uno scrittore che si ama quando si è giovani, sicuramente, poi lo si perde per crescita. Ma non è così imbarazzante, tu lo chiami 'profeta dei nostri disordinati tempi moderni'.
La profezia è la parola di chi riconosce il futuro a noi ancora oscuro. E' stato anti-americano? Che dire di Celine antisemita?
Grazie