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16 febbraio 2005

COSA VUOL DIRE ESSERE ITALIANO

Questa di seguito è la testimonianza del Gran Esodo di Livio Giuricin, un esule istriano, residente in Argentina dal 1949, resa all'Incontro Mondiale degli Esuli" di giovedi 10 Febbraio al Teatro Verdi di Trieste.
E' un racconto appassionante, a tratti commovente, che deve farci riflettere sulla disgrazia patita da migliaia di italiani che avevano allora un unico torto: abitavano al confine con l'ex Jugoslavia, governata dal dittatore comunista Joszip Brosz, detto Tito.

"Il ricordo dei nostri martiri e del posteriore Esodo rimarrà inciso in noi fino alla fine dei nosri giorni .....ed oltre !!
Ricordo mio padre, esule defunto, che fin gli ultimi giorni della sua vita, ogni volta che lo andavo a trovare, sempre mi sussurava:"figlio mio, ma quando andremo a Rovigno?"
Ognuno di noi abbiamo molto da raccontaresulle nostre vicissitudini sofferte in quei tristissimi anni: minacce,angherie e sevizie subite dalla prepotenza titina. Molti di noi siamo ancora in vita per miracolo.
Ricordo una serie di fatti accadutami negli ultimi mesi di permanenza nella mia città natale: Rovigno d'Istria.

Ottobre '47: Ero studente, promosso al II Liceo Scientifico . Al secondo giorno di classe, il Preside, prof. Antonio Borme, senza tanti preamboli, mi annuncia che, per appartenere a una famiglia di possibili optanti, dovrò immediatamente prendere i miei libri, quaderni, ecc. ed abbandonare la scuola.
Quello, per me, fu l'ultimo giorno di studente. Una volta giunto nell'Argentina, bisognava lavorare e sgobbare per rifare una nuova vita dal nulla e senza nessun aiuto. Perciò era impossibile studiare!
Mi scacciarono di una scuola ITALIANA per aver voluto conservare la cittadinanza ITALIANA e mi scacciò un preside ITALIANO!

Maggio '48: il numero degli optanti cresceva e cresceva. Ma bisognava recarsi a Zagabria presso il Consolato d'Italia per ottenere i passaporti provvisori. Nessuna persona adulta se la sentiva innoltrarsi in quei paraggi e uscirne fisicamente incolume. Un gruppo di rovignesi nella nostra stessa situazione propose a mia mamma di mandarmi colà, giacchè, essendo ancora ragazzo, non avrei dato tanto nell'occhio.
Ricevetti la notizia con somma allegria, giacchè mi consentirebbe di viaggiare e conoscere paesi nuovi per me (mai intrapresi un viaggio aldilà di Trieste). così si organizzò una colletta onde pagare il mio viaggio.
Con una quarantina di pratiche in borsa, di buon mattino presi il treno alla volta della capitale croata.
Presso il Consolato impiegai due giornate per completare tutte le pratiche necessarie per poi intraprendere il viaggio del ritorno.
Era piena notte. Un treno affollatissimo...Nessun posto a sedere... Mi rassegnai, e per tutto il viaggio dovette rimanere in piedi....Ma ecco la sorpresa: fra tanta gente e non lontano da me, viaggiava una ragazza, pure in piedi e portando con sè una voluminosa borsa portacarte.
Facendo sfoggio del mio serbo-croato,(ci avevano insegnato qualche rudimento l'anno anteriore) appresi che questa ragazza era.....istriana e di Pisino e ritornava pure lei portando con sè pratiche per i futuri esuli pisinoti. S'iniziò così una piacevole conversazione, anche se in tono molto sommesso.
Di colpo mi sento scuotere le spalle. Mi giro per vedere l'autore di questo intempestivo gesto: era un ufficiale dell'esercito titino.
Un personaggio dallo sguardo sinistro, rosso in faccia come quella stella che portava appicicata sul suo berretto. La divisa, tutta pulita, piena di galloni e medagliette a modo di campionario di bijouterie. Immediatamente diresse a noi un torrente di parole in tono violento e, fra tante riuscivammo a capire soltanto talijanski e smrt, che in quei tempi era di uso corrente in tutti i documenti del nuovo regime. Contemporaneamente quel energumeno ci minacciava, accarezzando la sua pistola che portava alla cintura.
Noi, poveri ragazzi rimanemmo bianchi come la carta, guardando altrove e senza proferire parola alcuna. Intanto la gente circostante ci fece un vuoto, lasciandoci allo scoperto. questa situazione durò per quasi tutto il viaggio e fortunatamente le cose non andarono oltre.
Quella ragazza non la rividi più (e chissà dove sarà oggi). Nemeno seppi il suo nome. Solo so che era un'altra sventurata.
Dopo tutte queste peripezie feci ritorno a casa con tutte le pratiche concluse e... col ringraziamento di tutti i futuri esuli.
Così ci preparavamo per il prossimo viaggio............Ma questa volta senza ritorno.


20 Giugno '48: arrivò il giorno del distacco. Il treno lentamente si mise in movimento e subito girò a destra lasciando dietro la costa rovignese. Dal finestrino, senza batter ciglio, osservavo come il nostro campanile si faceva sempre più piccolo, per poi scomparire confondendosi con la macchia istriana. Sempre affacciato, contemplavo ancora una volta i paesaggi della mia Istria, procurando di serbarli nella memoria come fossero fotografie.
Scendemmo a Divaccia per prendere la coincidenza che, via Sesana, ci avrebbe portati a Trieste. Cominciano le cattiverie: il convoglio aveva lasciato la stazione. Il controllore, accompagnato da un druze, all'avvertire la nostra condizione di profughi, fece frenare il treno, dare marcia indietro, ci obbligò a scendere, anche se eravamo in possesso dei documenti e biglietti. C'imposero capricciosamente a scendere con tutti i nostri fagotti, indicandoci che dovevamo passare il posto di blocco di Erpelle, per dove non transitava nessun mezzo di trasporto.
Un contadino sloveno e mediante pagamento dei pochi soldi disponibili ci avvicinò fin dove era possibile.
Oltre a me il gruppo era composto da mia mamma, mio fratello Franco di 8 anni, la cugina Basilia e le zie Eufemia ed Angela, ambedue ottantenni. Trascinando i nostri fagotti ci fecero camminare per vari chilometri fino al posto di blocco, dove le "guardie popolari" ci perquisirono accuratamente come se sospetti portatori di marijuana. A me tolsero tutte le mie pagelle, che tanto gelosamente conservavo e non le rividi più. A mia mamma sequestrarono i documenti della campagna, che lasciammo a Rovigno.
Dopo averci trattenuti capricciosamente per un paio d'ore, ci aprirono le sbarre e a notte innoltrata, dovemmo da soli percorrere la "zona di nessuno", in mezzo al Carso tutto brullo....
Finalmente giungemmo al posto degli Alleati, che subito ci ristorarono. Dalle nostre gole uscì un solo Grido: FINALMENTE LIBERI !!.
Ci portarono a Trieste al Silos, e anche se per mancanza di materassi ci fecero dormire al suolo sopra una dozzina di coperte, ci sembrava essere alloggiati un uno splendido hotel di 5 stelle.
Così ci accolse Trieste, la nostra sorella maggiore, ferita pure lei, ma felice di aver potuto conservare la libertà.
Più in là ci aspettava la Madrepatria ancora in ginocchio, ma con un indomabile desiderio di rimettersi in piedi per essere quello che sempre fu: MAESTRA DI CIVILTA' ALLE GENTI!

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