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31 ottobre 2003

LA RISCOSSA DI RICOSSA

Torino, primi anni Cinquanta: la FIAT, grande moloch cittadino e nazionale dell'industria, vigila attenta sulla voglia di sviluppo dei torinesi e dei piemontesi. L'auto è il simbolo concreto di una rinascita i cui effetti dirompenti sono ancora oggi ben visibili: a molte persone non basta però l'assunzione nella grande fabbrica, i primi risparmi sudati nell'avventuroso dopoguerra vanno impiegati in ben altro modo. La lotta quotidiana per una fetta di mercato: ecco ciò che desiderano! Come fare perché questi pionieri dell'imprenditoria nostrana non disperdano inutilmente tante energie, tanto spirito di sacrificio nell'escogitare e distribuire prodotti e servizi innovativi, così necessari per corredare l'auto del fascino indiscreto del genio italico? Di questo e di altro si discute nel centro studi della locale Unione Industriale, dove fa capolino un poco più che ventenne economista con la passione per la pittura, dai modi estremamente cortesi ma dal carattere di ferro: è Sergio Ricossa.
In lui la convinta adesione al pensiero liberale di Adam Smith, di John Locke, della scuola austriaca di Hayeck e Von Mises, affermando la necessità di un mercato libero dalle pastoie del dirigismo, si manifesta attraverso una prosa in bilico fra leggerezza d'espressione e raffinato umorismo: è subito scandalo! Infatti l'Italia di allora s'incammina su una strada opposta a quella indicata dai liberisti: l'assistenzialismo e la presunzione folle di pianificare tutto ciò che sia pianificabile trova terreno maledettamente fertile in una classe politica decisa a fare del voto di scambio l'arma vincente per farsi rieleggere da lì all'eternità. Unica fra le economie occidentali, l'Italia vede nascere in quei convulsi anni l'imprenditore/finanziere ruota di scorta del politico, un mostro della cui immagine ancora oggi non siamo riusciti a liberarci definitivamente.
Sergio Ricossa, fautore dell'imprenditore-capitalista abituato ad assumersi veramente il rischio d'impresa, è ben presto isolato da colleghi cattedratici ostili pregiudizialmente al capitalismo ed ai suoi attori perché "nutriti a pane e Keynes", come scherzosamente ricorderà anni dopo in un suo articolo sul Giornale diretto da Vittorio Feltri. Anni dapprima grigi, poi drammaticamente bui sono poi trascorsi da allora sotto la Mole: gli scherani del post-azionismo, alimentando pericolose illusioni dirigistiche in tutti i campi dello scibile e soprattutto diffamando esplicitamente chiunque si definisse liberale dalle colonne dei maggiori quotidiani dell'epoca, costringeranno Ricossa a ritirarsi da ogni incarico rappresentativo per continuare ad elaborare in solitudine i diletti studi econometrici e, con nostro grande piacere, per scrivere i suoi straordinari pamphlet.
"Nelle democrazie occidentali l'avvento della globalizzazione, grazie alla realizzazione di alcune nostre idee, ha contribuito in pochissimo tempo ad avviare il libero scambio di capitali, a ridurre l'inflazione, a defiscalizzare l'economia, a migliorare sensibilmente la qualità della vita" in queste parole affettuose del ministro della Difesa Antonio Martino, c'è il profondo significato della vittoria morale ed etica di Sergio Ricossa nell'Italia di oggi. Un paese finalmente disposto a voltare pagina, lasciandosi alle spalle i disastri provocati dallo statalismo pianificatore delle coalizioni di centrosinistra del passato, ma ancora faticosamente alla ricerca di una politica davvero liberale.

13 settembre 2002

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