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29 settembre 2003

UNO STRANIERO IN LIBERTA’

Quando da bambino la gente gli domandava cosa avrebbe voluto fare da grande, rispondeva serafico:” Vorrei essere vecchio!”.
Georges Moustaki, viso ieratico incorniciato da un’inconfondibile barba candida, ha 67 anni e, alla vigilia della sua tourneè italiana, dimostra con la sua inesauribile vena di chansonnier, pittore e scrittore come fosse reale l’aspirazione dell’infanzia.
Nel libro “Les filles de la mémoire”, con prefazione del grande amico appena scomparso Jorge Amado, racconta dei clienti della libreria paterna ad Alessandria d’Egitto, sua città natale: nei loro sguardi e nelle loro parole di adulti l’adolescente Moustaki vedeva il peso delle responsabilità e degl’imprevisti e lo contrapponeva al suo entusiasmo genuino per la vita.
Una vita vissuta intensamente da questo infaticabile globetrotter di origine greca: al Liceo Francese impara ad amare la poesia e la musica del suo grande idolo, Georges Brassens, che incontrerà a vent’anni appena giunto a Parigi.
Dapprima suona la chitarra per strada o in qualche locale periferico, poi prende il coraggio a due mani e si fa presentare la mitica Edith Piaf, la regina indiscussa della canzone d’oltralpe: lei lo seduce, di getto Moustaki crea “Milord”, trascinante ballata d’amore di una donna alla conquista dell’unico amore della sua vita.
“Quando ascolto le sue note” confessa l’artista in una recente intervista “mi emoziono esattamente come quando le ho composte! Ci ho messo dentro tutto il mio amore per questa grande donna!”
Il successo è folgorante, siamo nel 1959 e grandi stelle della musica come Yves Montand, Dalida e Serge Reggiani richiedono insistentemente la sua collaborazione.
Moustaki non si fa certo cogliere dalle vertigini!
Sceglie un angolo tranquillo ed appartato dove vive tuttora, la deliziosa isola di Saint-Louis, e dove ancora compone il suo inesauribile repertorio musicale, tra un quadro, una partita agli scacchi o a ping pong, attività in cui eccelle, con gli amici più fidati.
Non rinuncia ai viaggi, ed in Brasile conosce il grande Chico Buarque, ispiratore di “Droit a la paresse”, un suggestivo inno alla contemplazione.
Il 1969 vede alla luce la famosa canzone “Le Meteque”, autoritratto sincero di un uomo in pace con la sua coscienza ma alla continua ricerca di un nuovo paesaggio, di un’emozione, di un amico vero.
Sono gli anni della contestazione giovanile, da lui amata e vista come scelta di vita sempre attuale di chi si ribella alla preponderanza del fattore economico sulla qualità della vita stessa.
“Un inno contro il razzismo? Lo dicono gli altri!” si schermisce nel raccontare questa canzone “Quando attacco ad interpretarla, sento il pubblico di ogni parte del mondo sospirare, ma per me è solo un tema musicale di due minuti e mezzo, null’altro!”
Null’altro! In queste parole si può capire a meraviglia l’uomo, la sua proverbiale modestia fa da filtro al suo girovagare per il mondo in cerca di forti emozioni da trasferire sul leggio o sulla tela, nelle amabili chiacchierate parigine o nei suoi colloqui distesi durante le sue esibizioni.
Altra significativa affermazione arriva nel 1996 quando viene insignito dall’onorificenza di “Commandeur des Arts et Lettres”.
Di recente, alla presentazione della sua nuova raccolta “Un métèque en liberté”, l’Olympia, tempio indiscusso della musica transalpina, ha tributato l’ennesimo trionfo per Moustaki: uno straniero in libertà.

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